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Banda larga, senza domanda l'infrastruttura rischia di essere una cattedrale nel deserto

30/03/2015
Nel piano del governo manca uno studio adeguato sulla domanda di servizi che c'è, ma anche un piano di sostegno e spinta culturale per far crescere la domanda che manca.

Senza un’adeguata domanda, da costruire, formare e sostenere, l’infrastruttura della banda larga rischia di essere l’ennesima grande opera che genera risultati molto inferiori alle attese. Basta guardare indietro per rendersene conto.

Nel 1972 viene completato il tratto che collega l’Autostrada del sole fino a Reggio Calabria (anche se sotto Napoli non si chiama più così). Il progetto nasce nel 1956 con l’avvio dei lavori per l’Autostrada che ha il compito di mettere in comunicazione il Nord con il Sud. Prima della nascita di questa importante infrastruttura gli operai emigrati, che viaggiavano per tornare a casa dal Nord, impiegavano almeno due giorni per arrivare a destinazione.

L’Autostrada del Sole nasce, per buona parte, dalla necessità di soddisfare la domanda di mobilità degli emigrati meridionali andati al Nord negli anni Cinquanta e che hanno la necessità di tornare, con la propria auto, per le vacanze di agosto.

Anche l’implementazione della rete elettrica italiana nasce dalla domanda di elettrodomestici, come la distribuzione dell’acqua e delle fognature. Prima del dopoguerra la costruzione di infrastrutture era ridotta al minimo, la luce elettrica era presente poche ore al giorno, come l’acqua (dove c’era). Solo negli anni Sessanta vengono avviate iniziative massicce per soddisfare la domanda che ormai è pressante.

Esempi per dire che nelle infrastrutture per ottenere risultati positivi è necessario che la domanda faccia da traino, essa ne impone la costruzione. Forzare con l'offerta porta a cocenti delusioni, come insegnano gli esempi di Brebemi o della Pedemontana che, storia di questi mesi, si sono dimostrate sottoutilizzate determinando un enorme spreco di risorse. Lo stesso si può dire di alcune tratte ferroviarie di Alta velocità. La storia delle infrastrutture degli ultimi 30 anni è costellata di stime sovradimensionate (e costi eccessivi). Investimenti che avrebbero dovuto aiutare la crescita, ma che non l’hanno fatto.

Nel piano banda larga del governo manca, appunto, una adeguata attenzione alle fabbriche che producono i beni da trasportare ed ai consumatori che queste merci (immateriali quanto si vuole ma sempre merci) dovrebbero utilizzare. Il governo sembra non tenerne in conto, riproponendo (anche se con qualche accorgimento) il tema dell’offerta di infrastrutture che produrrebbero a cascata la domanda. Questa appare perfino una cattiva lettura della keynesiana spesa per investimenti. Keynes era partito dall’assunto giusto che la spesa pubblica aggregata avrebbe determinato un aumento dell’occupazione e dunque della domanda di beni. Oggi i livelli di produttività raggiunti grazie alle macchine utensili in alcuni settori come i lavori stradali (ma ancora di più la posa dei cavi) ha ridotto l’impiego di manodopera e il sistema delle gare al massimo ribasso e dei subappalti ha fatto il resto.

Sono ormai quindici anni che si tenta di portare la banda larga in questo modo e i risultati sono di fronte ai nostri occhi, basta leggere gli indici di confronto internazionale.

I dati ci dicono che anche laddove la banda larga è largamente presente l’utilizzo della rete è ben sotto la media europea. Perché? Questaè la domanda a cui bisogna rispondere prima di predisporre piani.

Si rischia altrimenti di diventare come la Danimarca dove, malgrado la più alta copertura a 30mb e a 100mb, i sottoscrittori di questi abbonamenti sono appena il 21% sopra il 30mb e appena l’1,4% per i 100mb (tra l’altro in media con l’Europa, i cui irrealistici piani sono del 50% entro il 2020). Un fallimento europeo dell’agenda digitale che ha trasformato l’UE in un grande cliente per multinazionali estere e ha fatto perdere competitività nei settori strategici. I nostri governi hanno sposato questo modello anche se con qualche accorgimento avrebbero potuto ottenere risultati migliori nel rispetto dei vincoli.

Bisognerebbe allora “cambiare verso”, studiando la domanda di banda larga per capire dove vi è più necessità e agire di conseguenza. Bisognerebbe analizzare cosa le “autostrade di internet” normalmente trasportano per capire se e dove investire. Senza contare che quando si parla di banda larga posticipare di poco gli investimenti, per calibrarli meglio, potrebbe significare enormi risparmi e enormi aumenti di performances, proprio grazie all'innovazione tecnologica che abbatte i costi e aumenta aumenta la potenza in pochi mesi.

Il piano “crescita digitale” (che tra l’altro inspiegabilmente usa dati ISTAT del 2013 anziché del 2014) non cita la diversità di livello di istruzione in Italia rispetto alla media OCSE, anche se è noto che i paesi con maggiore utilizzo di internet sono quelli con maggior numero di laureati. E quelli che hanno una industria nazionale ICT, come i paesi scandinavi o la Korea del Sud che, dopo essere leader nella fibra ottica negli anni ‘90, nel 2014 ha lanciato un piano per acquisire la leadership del 5G entro il 2020, la tecnologia mobile che sarà decine di volte più veloce del LTE e consentirà connessioni mobili di nuova generazione. Anche la Germania e il Regno Unito hanno sottoscritto un accordo di cooperazione sul 5G.

Tornando all’Italia il 12° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione del 2015 ci dice ad esempio che continua a crescere l’uso di smartphone e tablet e che l’applicazione killer per internet è facebook, dove la metà degli italiani è presente ed attivo. Mentre la televisione la fa da padrone nelle fasce di età più elevate, è in continua crescita l’uso degli smartphone per i video, l’informazione personalizzata, le news. Come dire, la domanda, quando c’è, oggi è più spostata sul mobile.

Le carenze del piano banda larga e crescita digitale sono riassumibili nella mancanza di una politica industriale sul settore ICT e telecomunicazioni, e nella mancanza di interventi per l’innalzamento del livello di istruzione e di politiche dell’industria culturale e della produzione dei contenuti.

L’ISTAT ci dice che nel 2014 il 60% delle imprese usa la banda larga mobile contro il 49,8% del 2013, segno che nel nostro Paese ci sono le condizioni per promuovere questo settore con politiche mirate. Nell'industria dell'innovazione spesso è più utile saltare uno stadio tecnologico che tentare di rincorrere gli altri, abbiamo bisogno di governi con più coraggio.

Quanto alla domanda, sarebbe utile rivendicare a livello UE l’investimento nell’unica spinta vera alla crescita dell’economia della conoscenza, cioè la conoscenza. Investire sull’aumento generalizzato del livello di istruzione, investire in ricerca, investire in politiche industriali sul comparto dell’ICT e su quello dell’industria culturale per i nuovi dispositivi. Questo significa investire nella domanda di banda larga e, soprattutto, sulla crescita economica di cui abbiamo bisogno.

L’Italia, malgrado la deindustrializzazione in atto, ha ancora eccellenze in grado di cogliere la sfida che il digitale pone. Senza una svolta i piani banda larga italiano stanno diventando come la terza corsia della Salerno Reggio Calabria: doveva finire in due anni e ancora non sappiamo quanto ci sta costando e quando sarà finita.

 

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