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La banca che ci manca: Pier Luigi Ciocca delinea i diversi modi di concepire il compito delle banche centrali, e indica la via dell'autonomia e della discrezionalità.

12/02/2015
Istituzioni forti, tutelate dalla legge, poste al riparo da incursioni esterne (di tutti i tipi), e in grado di muoversi rapidamente con autonomia, discrezionalità, responsabilità, se si pensa che il capitalismo sia endemicamente instabile. Istituti che devono invece funzionare sulla base di regole stabilite dalla legge e non discrezionalmente, se si pensa come Ricardo o come Friedman e i monetaristi che il capitalismo e la finanza siano naturalmente in grado di autoregolarsi da soli. Un modello, quest'ultimo, adottato per la Bce, ma ormai in evidente crisi dopo gli scossoni del 2007-2008.

La banca che ci manca è il titolo di un breve saggio di Pierluigi Ciocca uscito alla fine dello scorso anno (Donzelli 2014), in cui l’autore spiega come nascono, a cosa servono e come funzionano le banche centrali. Ciocca ha svolto la sua carriera lavorativa all’interno della Banca d’Italia fino ad arrivare ai suoi vertici e quindi la sua è, oltre che una riflessione, una testimonianza. Economista di grande cultura sia accademica che storica, Ciocca espone concetti oggettivamente complessi in modo semplice, in un linguaggio elegante, iniziando dalle discussioni dell’inizio dell’800 fino al dibattito recente sul ruolo delle banche centrali (e della BCE in particolare) dopo la grande crisi del 2007-08.

Le banche centrali nascono  nell’800 per “opporre un argine” alla instabilità evidente del sistema capitalistico: inflazione e deflazione dei prezzi, crisi economiche ricorrenti e virulente, disoccupazione, crollo delle borse, fallimento degli istituti di credito … consigliano di Stati di delegare il potere (di monopolio) di battere moneta a istituti finanziari separati dalla pubblica amministrazione, con la funzione di regolare il sistema dei pagamenti, controllare i mercati finanziari, sui quali la banca opera direttamente, e gestire la “politica monetaria”; il tutto all’insegna della autonoma assunzione di responsabilità.

In tale contesto emergono due approcci diversi al central banking. Il primo è quello che si afferma (per necessità) all’inizio, si identifica in un filone di pensiero che parte da Thornton (inizio ‘800) e Bagehot (metà ‘800), giunge fino a Keynes e Minsky, e ritiene che l’attività di una banca centrale ben funzionante deve fondarsi sui principi di autonomia, responsabilità e discrezionalità. Secondo questo tipo di approccio, l’instabilità congenita del capitalismo e della finanza in particolare è caratterizzata da una tale imprevedibilità che essa non può essere affrontata se non su basi discrezionali, con decisioni autonomamente assunte da uomini competenti e votati al bene comune, senza condizionamenti da parte dei vigilati. Servono quindi istituzioni forti, tutelate dalla legge, poste al riparo da incursioni esterne (di tutti i tipi), e in grado di muoversi rapidamente e con efficacia. Questo modello di banca centrale è quello che ha prevalso fino agli anni ’80 del secolo scorso, quando si afferma invece un altro paradigma che postula che le banche centrali devono invece funzionare sulla base di regole stabilite dalla legge e non discrezionalmente.

Questo secondo tipo di approccio viene fatto risalire da Ciocca a Davide Ricardo, critico della Banca d’Inghilterra, fautore del gold exchange standard e della stabilità dei prezzi e dei cambi; un approccio che è alla base del pensiero di Friedman e del monetarismo. Dal momento che, secondo questo filone, l’economia di mercato e la stessa finanza tendono naturalmente verso l’equilibrio (ipotesi dei mercati efficienti) la banca centrale dovrebbe limitarsi al controllo della quantità di moneta a fini inflazionistici, usando come strumento i tassi di interesse e non l’offerta di moneta, e non interferendo col funzionamento dell’economia che è in grado di autoregolarsi. In questo contesto si discute anche l’opportunità di lasciare alle banche centrali la vigilanza di stabilità degli operatori finanziari. Come è evidente, questo è l’approccio adottato e seguito dalla BCE sull’esempio della Bundesbank e tuttora prevalente.

Dopo la crisi del 2007-08 questo punto di vista appare tuttavia in crisi, vista l’incapacità del sistema di evitare e/o prevedere la crisi e la necessità che si è imposta in tutti i Paesi di consentire ampie deroghe ai principi fissati dalle regole, e interventi “non convenzionali”, anzi del tutto anomali rispetto all’ortodossia, di cui il Quantitative Easing è un evidente esempio. Al tempo stesso anche Paesi come l’Inghilterra che avevano sottratto alla banca centrale la vigilanza sugli intermediari finanziari hanno dovuto fare marcia indietro, mentre in Europa per la prima volta si è deciso di attribuire tale funzione alla BCE.

Di questa evoluzione bisogna essere consapevoli, e l’auspicio di Ciocca è quello che la politica riesca alla fine a darci “la banca che ci manca”, cosa in verità non facile, dal momento che dietro i due approcci diversi al funzionamento delle banche centrali vi sono in realtà due diverse visioni del capitalismo e delle sue caratteristiche fondamentali.

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