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29 dicembre 2016 | di Pier Luigi Bersani | in 58292 stampa
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Il centrosinistra deve dare vita a una nuova piattaforma politica. La via seguita finora è sbagliata.

Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Se il Pd e il campo progressista restano sul piano di un blairismo nato in altre fasi, rimasticato e ormai esausto, o se ci si mette sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro. Le scorie lasciate dal ripiegamento della globalizzazione, la disunione europea, i problemi strutturali italiani impongono un ripensamento complessivo. Dobbiamo proporre protezione, ma con i valori della sinistra: riprendere in mano i diritti del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo ridurre la forbice sociale, basandoci su due pilastri: fedeltà e progressività fiscale da un lato e welfare universalistico davanti ai bisogni essenziali. E un nuovo ciclo di investimenti pubblici per dare lavoro, in particolare sull'innovazione industriale e per la manutenzione straordinaria del Paese.

Il Pd e più in generale il campo progressista non possono farcela se non si elabora e si trasmette un’idea di Paese. Il Paese che vogliamo, un Paese più avanzato e rinnovato, ma solidale, inclusivo, dove ognuno abbia la possibilità di un lavoro e di una vita dignitosa.


L’idea di Paese in questi anni si è persa in analisi e riflessioni di straordinaria leggerezza, nella nebbia di un racconto consolatorio ma fallace, anche se per alcuni aspetti perfino eccitante. Questo racconto ha coinvolto e convinto molte persone e ancora oggi coinvolge tanti italiani.


Come è potuto accadere? Dobbiamo chiederci come ha fatto a reggere così a lungo una narrazione rosea della realtà, mentre il Paese vero finiva in ginocchio. La risposta è che, al fondo, questa narrazione, la sua diffusione e il fatto che sia stata così poco contrastata e così tanto condivisa ha una base strutturale, la quale poggia sulle spalle di diversi soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione.


Questi soggetti, nel mezzo di un passaggio sociale ed economico che è difficile per tutti, hanno avuto ed hanno bisogno di aggiustare le proprie cose con tranquillità, e dunque anche di evitare scossoni dovuti al malessere. Per tale ragione hanno sostenuto e sostengono un racconto destinato a convincere anche i passeggeri della terza classe, che pure si stanno bagnando i piedi, che la rotta è quella giusta, che la nave va e con un po’ di ottimismo arriverà in porto.


Questa è stata la base strutturale che ha sostenuto il racconto di un Paese in rosa. Naturalmente, un po’ di ottimismo della volontà e il riconoscimento che il nostro è uno straordinario Paese sono indispensabili. Il problema è che l’idea di quei soggetti di comando economici, industriali e dell’informazione di aggiustare le proprie cose, coprendosi con un racconto che illude, ha coinciso e coincide di fatto con un indebolimento delle nostre strutture economiche, industriali e finanziarie, perché spesso e volentieri significa darle via, perderle.


Noi dobbiamo quindi cominciare in un altro modo, con un’altra logica: dobbiamo riprendere il filo di una esigenza nazionale, da un’idea di Paese che sia seria e sia veritiera e che parta anche – considerato che spesso nell’analizzare i problemi che ci sono ci dimentichiamo di sottolinearlo – dalla forza, dalla vitalità, dalle potenzialità che ci sono e sono grandi, ma che possono attivarsi solo se raccontiamo una cosa vera.


E allora: come siamo messi in realtà? Siamo in mezzo ad un passaggio di fase, e non da oggi, già da due o tre anni. Un passaggio nel quale si intrecciano in modo inestricabile tre fatti.


Il primo fatto è il ripiegamento della globalizzazione. Ormai è un dato conclamato. Basta leggere le statistiche. Fino a due anni fa il commercio mondiale cresceva a ritmi di oltre il sette per cento l’anno. Adesso va malamente al più uno. Il Prodotto interno lordo del mondo cresce più del commercio, e questo solo dato segnala che la globalizzazione sta ripiegando. Siamo dunque di fronte al cambiamento di una lunga fase cominciata negli Novanta.


Il secondo fatto è la disunione dell’Europa. Il terzo è rappresentato dai nostri problemi. E tra questi diversi fenomeni c’è un intreccio profondo.


La globalizzazione ha fatto avanzare il mondo nel suo complesso. Non vi sono dubbi. Ma adesso, nel ripiegamento, sta consegnando le sue scorie alla parte di mondo che è stata più coinvolta. Sono scorie già attive da alcuni anni. La prima di queste scorie è che si sono creati soggetti e fenomeni che non hanno una governance. Il pensiero va immediatamente alla finanza. In realtà, l’elenco potrebbe essere lungo. Basti pensare al mercato dei brevetti sui farmaci, alle migrazioni, al terrorismo e alla violenza, fino alle guerre che non solo non si riesce più a fermare, ma che non si riesce nemmeno più a interpretare. Sono fatti non governati.


Un’altra scoria, se così possiamo dire, è la forte disuguaglianza, cresciuta a livelli inediti. Non parlo del mondo nel complesso, per il quale si potrebbe addirittura dire che enormi masse sono emerse dalla povertà e quindi è cresciuta l’uguaglianza. Dico che nei singoli paesi, soprattutto in quelli più sviluppati, la forbice si è allargata in modo drastico.


Infine, ma non in ordine di importanza, l’indebolimento e la ricattabilità del lavoro, dovuta a due motivi di fondo: la sovracapacità produttiva che la bolla della globalizzazione ha creato e che ora tende a ridimensionare; e la pervasività delle nuove tecnologie che, finita la fase rivoluzionaria, adesso si sono inserite in tutti i settori, mettendo all’angolo il lavoro. Tutto questo è avvenuto in nome del consumatore, per favorire il consumatore. E così è anche stato. Ma poiché il consumatore è anche un lavoratore, e il lavoratore è via via diventato più ricattabile, più precario, meno pagato, oggi anche il consumatore rischia di essere più debole, o addirittura di scomparire, fatto dal quale deriva il rischio di una lunga fase di stagnazione, di crescita del Pil allo zero virgola, il che significa che non aumentano i consumi e quindi non aumentano nemmeno gli investimenti.


Questi sono i fatti che ci consegna il ripiegamento della globalizzazione e sui quali è nata la base ideologica e politica di quella che potremmo chiamare la nuova destra, sovranista, protezionista, identitaria e anti-establishment, che sia pure in diverse forme si sta manifestando in tutto il mondo. E’ una cosa nuova rispetto alle destre del passato. E’ un fenomeno diverso. E’ un campo in formazione.


Di fronte a questi fatti, l’Europa aggiunge un problema, invece di dare una risposta. Oggi ci stupiamo della disunione dell’Europa. Ma la verità è che la disunione dell’Europa ha fatto i primi passi all’inizio della fase della globalizzazione, quando il modello europeo (alta fiscalità, forti diritti del lavoro, welfare molto costoso) ha cominciato a subire colpi duri. Improvvisamente, in quegli anni la globalizzazione ha smontato il meccanismo del modello europeo, perché si doveva competere con paesi e popoli che non avevano le stesse protezioni sociali. E quindi è cominciata anche una concorrenza interna in Europa, una corsa a chi sapeva smontare più pezzi del modello fiscalità-welfare-diritti del lavoro. Così, quando è arrivata la crisi nel 2007, non c’era già più la solidarietà e ci siamo trovati messi come siamo oggi.


Non è un caso che quelle risposte - a volte di destra, ma non sempre - che dicono protezionismo e anti-establishment siano nate in Europa, siano nate prima qui, proprio qui.


Infine, c’è il nostro problema nazionale. Un problema strutturale e storico: le differenze Nord-Sud, un sistema economico bancocentrico, la dimensione delle imprese, il debito pubblico. Senza dire dei problemi protostorici, come la debolezza dello spirito e della coscienza nazionale: ne parlava già Giacomo Leopardi.


Questo spiega perché nella crisi cominciata nel 2007 abbiamo perso dieci punti di Pil e oltre il 20 per cento della produzione industriale. Oggi, coloro che ripetono ogni momento che abbiamo ritrovato la strada giusta perché cresciamo dello zero virgola, dimenticano di dire che nella crisi abbiamo perso molto ma molto di più degli altri Paesi: due, tre, quattro volte di più rispetto agli altri.


Che fare, allora? Ci siamo raccontati e accontentati di un racconto secondo il quale abbiamo sì fatto piccoli passi, ma sulla strada giusta. Ma non è così. La verità è che dobbiamo discutere e capire come fare passi in avanti su una strada diversa, un’altra strada, perché quella che abbiamo imboccato e continuiamo a seguire è sbagliata. Non per i piccoli passi, proprio per la direzione. Dobbiamo fare in modo che il problema che c’è, il malessere, non venga interpretato solo dalla demagogia. Non lo chiamo neppure più populismo. Sono i cattivi pensieri di una nuova forma di destra nascente. E possono essere guai, se non interviene il Pd, lo schieramento progressista, che è già in ritardo.


Come? Io vedo tre campi di azione. Il primo: riprendere in mano i diritti del lavoro. C’è poco da fare: se non mettiamo meno insicurezza, meno incertezza e meno precarietà nel lavoro; se prosegue l’umiliazione del lavoro; se non mettiamo più dignità e sicurezza nel mondo del lavoro, se tutto questo non accade, i consumi e gli investimenti non riprenderanno mai. Dobbiamo dirlo chiaro e forte.


Secondo, cercare di ridurre la forbice sociale. Sono due i pilastri per riuscire in questa impresa: fedeltà e progressività fiscale da un lato; e, dall’altro, welfare universalistico davanti a bisogni essenziali della vita delle persone, a cominciare dalla salute. Anche questo dobbiamo dirlo chiaro e forte.


Terzo campo di azione: il ruolo del settore pubblico, diretto e indiretto, negli investimenti. Finché si va avanti con crescite dello zero virgola non possiamo pensare che non vi sia uno sciopero del capitale, come è avvenuto negli ultimi anni. Se non c’è un orizzonte che consente di sperare in una crescita dei consumi, l’imprenditore i soldi se li tiene ben stretti. Quindi ci vuole un nuovo ciclo di investimenti pubblici diretti e indiretti, se vogliamo dare lavoro. Investimenti ben selezionati, perché devono essere orientati al lavoro, alla modernizzazione e al potenziamento dell’apparato economico.


Ciò che sto descrivendo configura un’idea di sinistra che cambia registro radicalmente rispetto a una linea, per alcuni aspetti anche vincente nei Paesi dell’Occidente industrializzato, ma nata in altre fasi, quando le parole d’ordine erano flessibilità, opportunità, eccellenza, merito. Oggi, di fronte agli effetti dei cambiamenti intervenuti e delle scorie che dobbiamo gestire e smaltire, bisogna dire basta. Con i nostri valori, con i valori di sinistra, bisogna proporre protezione: quando dico investimenti per dare lavoro, quando dico welfare sui punti essenziali, quando dico dignità sul lavoro parlo di protezione con i miei valori, che non sono quelli di scaricare sugli altri i miei problemi provocati dalla globalizzazione che ripiega. Protezione e dignità, ma non come fa Trump, che non propone di risolvere i problemi degli americani, ma solo di scaricarli sui messicani, senza cambiare nulla rispetto alle disuguaglianze interne, rispetto agli interessi dei più forti.


Si può far vedere qualcosa subito? Lasciamo stare quando dura il governo Gentiloni. Il governo deve governare e si possono fare cose su quei tre punti: intervenire subito sui voucher; una ragionevole tutela nei confronti dei licenziamenti: se non vogliamo fare l’articolo 18, facciamo il 17 e mezzo. Dare un’aggiustata alla questione della scuola: è lavoro; e metterci all’opera per accorciare la forbice sociale. Senza dimenticare la Sanità. Mi domando: ma noi quando faremo una riflessione strategica sulla Sanità? Dobbiamo trovare una chiave per evitare una privatizzazione galoppante della spesa sanitaria. E in questo contesto dobbiamo tenere sott’occhio anche il welfare aziendale, perché rischiano di ritrovarci tra un po’ con le mutue di categoria e non più con un servizio sanitario nazionale, come prima della riforma. E Basta bonus: quelle risorse mettiamole su questi capitoli. Gli investimenti? Di due tipi: innovazione del sistema industriale sì, ma in modo rigorosamente selettivo. Perché in Italia funziona così: prima c’è una nobile affermazione contro il dirigismo, in primis dagli industriali, e subito dopo si lavora alacremente perché valga il sistema del todos caballeros. No, bisogna scegliere che cosa si fa in termini di innovazione. Il secondo tipo di investimenti riguarda una iniziativa di manutenzione del Paese, sulla base una griglia nazionale di indirizzo, ma con la realizzazione affidata alle amministrazioni locali: assetto idrogeologico; frane; messa in sicurezza e adeguamento ambientale ed energetico degli edifici pubblici, in primo luogo delle scuole; bonifiche, strade, ferrovie, l’appennino, le aree interne.


Non mi si venga a dire che non ci sono i soldi. Basti pensare che, contati per difetto, in questi anni abbiamo messo 25 miliardi di euro su roba varia che non sono investimenti. E oggi ci ritroviamo ad aver attraversato la fase dei tassi di interesse più bassi, con una liquidità che te la tirano dietro, riuscendo ad aumentare il debito pubblico senza fare investimenti, un bel capolavoro.


In questo contesto va segnalato anche lo straordinario fatto che siamo diventato tutti tifosi del deficit e del debito: “Europa matrigna facci fare più deficit e debito”, è il motivo di fondo. Ma guardate che poi questi debiti non li pagheranno gli altri. Semplicemente li stiamo scaricando sulle spalle dei nostri figli.


Con l’Europa è giusto parlare e trattare. Ma per dire: cari partners, sì, vogliamo indebitarci, ma solo per investimenti utili. Il resto ce lo vediamo e ce lo facciamo con la redistribuzione interna, dove chi ha di più deve dare di più.


Sono cose da sinistra di governo. E non sono cose anti-establishment. La sinistra con l’establishment ci parla, ci deve parlare, il problema è mantenere il proprio autonomo punto di vista per una crescita più equilibrata, per una riduzione della forbice, altrimenti non può esserci una crescita duratura.


Oggi non possiamo stupirci se la gente considera il Pd insieme ai più forti. Di che ci stupiamo: la base strutturale della narrazione corrente questo dice. E non è un caso se nella votazione sull’ultimo referendum è emersa una divisione del voto, come ha suggerito Alfredo Reichlin, addirittura per classi. Noi dobbiamo dunque riprendere una visione nazionale, dove non si dividono gli interessi, ma si riunificano.


Ecco, concluderei dicendo con forza che solo con proposte di una sinistra di governo la sinistra sarà di nuovo competitiva. Se invece il Pd e insieme al Pd tutto il campo progressista restano sul piano di un blairismo rimasticato, e ormai esausto, o se si mettono sulla strada di un populismo a bassa intensità, si va a sbattere contro un muro.


Una fase si è chiusa. L’esigenza urgente e drammatica è di non arroccarsi e di aprire una discussione vera. Perché sarebbe sbagliato pensare solo ad aggiustamenti millimetrici, o che basti mettere una scorza di sinistra nel cocktail degli ultimi tre anni. Non basta. Né il Pd potrà riproporre idee come la rottamazione, o quella forma di giovanilismo un po’ futurista che ha contraddistinto l’ultima fase. Per il centrosinistra si impone una nuova piattaforma politica: guardiamo avanti.


 

di Pier Luigi Bersani

Più volte ministro, ex presidente della regione Emilia Romagna, ex segretario del Partito Democratico
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